Sembrerebbe che la nostra contemporaneità non registri all’interno della Chiesa un’adeguata ed approfondita riflessione di tipo teologico e non solo sul nodo tematico DIO, POTERE e DENARO. La teologia, scienza che tratta di Dio, dovrebbe aprirsi ad affrontare a mio avviso queste grandi questioni, che sono determinanti nella nostra epoca, apparentemente sempre meno sensibile alla proposta cristiana così come si presenta. CORRUZIONE, POLITICA, ECONOMIA potrebbero rappresentare la traduzione laica dei temi teologici: DIO, POTERE, DENARO di cui sopra. La storia dell’umanità spesso è la storia delle sue sfumature e dei suoi misteriosi compromessi in cui il bene e il male si mischiano determinando l’evanescenza di certi confini. Capita che certi voli pindarici di tipo ermeneutico conducano ad aporie legittimate negli austeri spazi dei parlamenti e delle cattedrali. Per esempio si rimane attoniti nell’apprendere che la cattolica Italia sembra essere una delle nazioni più corrotte d’Europa. Questo dato è tutt’altro che rassicurante e spinge a indagare per tentare di capire quanto un’errata “abitudine a Dio” possa aver influito e modificato nel profondo certi strani assetti comportamentali.

1. DIO. E’ un fatto, sociologicamente dimostrato, che non c’è equivalenza tra “pratica religiosa” e “integrità etica”. Anche in questi giorni si viene a conoscenza di gente devota, incluso preti “professionisti della religione”, che non sono precisamente esempi di moralità. I media li stigmatizzano e la Chiesa resta in parte oscurata nel suo annuncio di salvezza. C’è sempre più chiara percezione di una divaricazione crescente tra la liturgia (l’aspetto cultuale della fede che si manifesta con assolvere ad alcuni obblighi religiosi e riti, tra questi “andare a messa”) e la vita d’ogni giorno: in termini banali, si potrebbe dire che si è cristiani in chiesa, senza che questo cambi o debba cambiare il modo di vivere e di agire nel quotidiano. E la teologia non si chiede perché succede questo? Con frequenza capita che i più corrotti sono quelli che parlano di Dio con grande sicurezza. Quale Dio è questo? La prima cosa che dovremmo chiederci è: perché parliamo di Dio? Da mill
enni, la gente ha avuto bisogno di Dio e se lo è “rappresentato” come ha potuto. Nella Bibbia, nel Primo Testamento senza andare più lontano, si parla di Dio partendo da “rappresentazioni” talora contraddittorie: dal Dio più violento fino al Dio più intimo e buono. Il fatto però, vediamo nel N.T. è che “Dio, nessuno lo ha visto mai” (Gv 1, 18). Perché Dio è, per definizione, il Trascendente. Ossia, Dio non sta alla nostra portata. Per questo, più che portarci a disquisire sulla sua essenza: “Dio è cosí”, “Dio dice questo”, “Dio vuole questo”, credo che il compito più urgente della teologia sia o cercare di capire e aiutare a capire quello che significa e quel che comporta praticamente, in questo momento, quanto Gesù, Dio fatto uomo ( rivelazione del volto autentico di Dio), dice nel Vangelo: “Quello che avete fatto a uno di questi ( bambini indifesi, poveri, ammalati, detenuti, stranieri…), lo avete fatto a me (al Signore)” (Mt 25, 17‐40). Dove si fomenta o si pe
rmette la corruzione e l’irresponsabilità ad ogni livello, non c’è Dio. Dio, più che una questione di credenze, è una quindi questione di comportamento. E’ su questo versante che si prova anche la realtà di una fede professata. Ed è a partire da questa consapevolezza che possiamo più facilmente accogliere gli orientamenti pastorali che papa Francesco sta offrendo alla Chiesa e che spesso sono mal compresi o talora strumentalizzati da chi li vede come un cambiamento di dottrina.

2. POTERE. Su questo punto, nella Chiesa non si è prodotta ancora una teologia del potere: la sua origine, la sua finalità, i suoi limiti, chi può esercitarlo, come deve esercitarlo, quando si deve e quando non si deve accettare. E tutto ciò, sia nell’ambito “religioso” che “civile”. E’ come se parlassimo di un presunto potere “divino” e del necessario potere “umano”. Ma come debbono armonizzarsi e convivere? Tutto ciò, prima di risolverlo con concordati e accordi pragmatici, è necessario precisarlo mediante una corretta teologia. Ma questa teologia esiste? Cosa si è soliti fare? Si ricorre alla gestione politica, e così – cosa che capita alcune volte – nella Chiesa i maneggi politici sono più determinanti dell’umile e fedele sequela del Vangelo. Come allora deve rapportarsi la comunità ecclesiale con la società civile? A questa domanda occorre cercare costantemente una risposta illuminata dalla fede perché non avvengano improprie invasioni di campo tra la Chiesa e lo S
tato.

3. DENARO. Che cosa possono dire il papa e i vescovi davanti alla crisi economica? Ripetere la dottrina sociale della Chiesa? Al di là di raccomandazioni di buona volontà, come può questa dottrina influire effettivamente nelle scelte e nei progetti economici e finanziari? Perché la Chiesa finora, per quanto è di mia conoscenza, non ha prodotto una solida e articolata teologia del denaro e della ricchezza? Hanno sempre richiamato la mia attenzione l’insistenza e la forza con le quali il Vangelo parla dei ricchi e del denaro. Nel Discorso della Montagna (Mt 6, 19‐34), nelle proibizioni che Gesù impose agli apostoli quando li inviò a predicare (Mt 10, 9‐10), nelle numerose parabole che hanno per tema la ricchezza e la povertà (Mt 18, 23‐35; 20, 1‐16; Mc 12, 1‐12; Mt 22, 1‐14; 25, 14‐30; Lc 12, 13‐21; 15, 11‐32; 16, 1‐13; 16, 14‐31), nella condotta dello stesso Gesù e della gente che frequentò nella sua vita, in tutta questa documentazione, non c’è fondamento per fare una te
ologia a partire dalla quale si possa dire una parola certa per chi gestisce la politica e l’economia, per i professionisti della giustizia, per i cittadini? Come si è fatta una teologia minuziosa sul sesso e la famiglia, non si potrebbe fare una buona teologia sull’economia? Se l’etica protestante ha prodotto conseguenze tanto serie nell’economia europea (M. Weber), non si potrebbe fare un’etica teologica determinante in campo economico a partire dal Vangelo? Bisogna aggiungere che qualche tentativo c’è: ad esempio mi permetto citare l’economia di comunione, oppure la formazione manageriale in alcuni monasteri benedettini. Non si tratta però di un’approfondita riflessione teologica che invece si avverte come necessaria per pervenire a un’etica teologica cattolica determinante in campo politico-economico.

Dio, il potere, il denaro, in definitiva, a mio modesto avviso, costituiscono un immenso vuoto, che la Chiesa oggi deve tentare di riempire . Ed è per questo che diventa importante un sereno ed efficace approccio autocritico unito a una grande e rinnovata riflessione teologica che peculiarmente muove dalle Sacre Scritture e trova in queste la fonte inesauribile di quel linguaggio che non conosce tempo, supera ogni idolatria e trova nell’universalità la sua consistenza. Dobbiamo ripartire dalla Parola di Dio e “ascoltare” e “vivere” questa Parola nella comunità! Questa mi pare essere l’esperienza evangelica delle prime comunità (cfr. Atti degli Apostoli).

Mons. Giovanni D’Ercole